Bogdani: “Mi davano del pensionato. Poi col Cesena ho steso il Milan…”

di Flavio Bertozzi
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Ci sono le gioie, sì. Le grandi gioie colorate di bianco e nero. Non solo quelle, però. Perché in riva al Savio, Erjon Bogdani, ha dovuto superare anche momenti complicati. “A Cesena mi sono ritrovato anche primo in classifica in serie A – ricorda l’ex Aquila di Tirana – sempre a Cesena, però, ho dovuto combattere anche con ‘certe’ malelingue e con un allenatore che non mi vedeva proprio…”.

Bogdani, lei sbarcò nella terra della piadina nell'estate del 2010.
“L’inizio della mia avventura in bianco e nero non fu certo dei migliori. Il Cesena era appena salito in serie A, in pochissimi credevano nel potenziale della nostra squadra, ci davano già tutti per retrocessi. Qualcuno affermava che non saremmo riusciti neppure a fare 20 punti. Come se non bastasse qualche addetto ai lavori continuava ad affermare che Bogdani era ormai un attaccante finito, un bomber pronto per la pensione. Un ‘raccomandato’ di Ficcadenti…”.

Se la ricorda la prima uscita in campionato di quel ‘povero’ Cesena contro la Roma?
“Certo che sì! Non scorderò mai più quel breve viaggio dall’hotel del ritiro fino all’Olimpico. Sul nostro pullman non si sentiva volare una mosca, c’era un silenzio quasi surreale. Eravamo reduci da un pre-campionato ricco di difficoltà. La nostra rosa era infarcita di debuttanti, di scommesse. Contro la Roma avevamo paura di beccare 5-6 gol, forse di più. Credetemi, in quel pullman la tensione si tagliava letteralmente col coltello…”.

Invece, quella sera all’ombra del Colosseo, cominciò il vostro piccolo ‘grande’ miracolo.
“Quel sabato sera, contro tutti e contro tutto, ai giallorossi strappammo uno 0-0 da applausi. Poi, in rapida successione, arrivarono quell’indimenticabile 2-0 con quel Milan stellare futuro campione d’Italia e quell’1-0 col Lecce che, per una manciata di giorni, ci regalò addirittura il primato in classifica in condominio con l’Inter. Quei gol rifilato al Diavolo e quel sigillo arrivato coi salentini sono entrati di diritto nell’album dei miei ricordi più belli di sempre…”.

Quel Cesena, a un certo punto, aveva un piede e mezzo nella fossa.
“Dopo quello start da urlo arrivò un crisi profonda, Ficcadenti fu più volte messo in croce da stampa e tifoseria. A tirarci fuori dalla sabbie mobili fu l’unità dello spogliatoio, il nostro carattere, la nostra voglia di ribellarci ai pronostici che ci davano già in serie B, certe giocate di Jimenez e di Giaccherini. E, magari, anche un pizzico di fortuna. Non so cosa sarebbe successo se quella famosa partita interna col Chievo fosse finita 0-0…”.

A salvezza raggiunta l’ingellatissimo Ficcadenti salutò tutti. E a Cesena arrivò Giampaolo.
“Giampaolo con me fu chiaro fin dall'inizio. Un giorno, in ritiro ad Acquapartita, venne da me e mi disse: io ho un’idea precisa di gioco che mal si sposa con le tue caratteristiche tecniche. Io, nonostante queste parole del mister, rimasi ugualmente a Cesena. Sperando in un ‘cambiamento’, che però purtroppo non arrivò neppure dopo l’esonero di Giampaolo stesso. A gennaio, seppur con grande dispiacere, salutai la Romagna e mi accasai al Siena, sempre in serie A”.

Ha visto che brutta fine ha fatto il ‘vecchio’ Cesena?
“Ho visto, purtroppo. Così come ho visto però che Agliardi e soci sono primi in classifica, con ottime chances di festeggiare molto presto la promozione in C. Non vedo l’ora di rivedervi fra i prof, la vostra è una piazza da…A. I vostri tifosi sono da…A. E chissà che magari un giorno le nostre strade non possano di nuovo incontrarsi. Dopo l’esperienza con la nazionale albanese (prima nelle vesti di vice di De Biasi e poi di selezionatore dell’Under 19, ndr) ora sono in cerca di una panchina di club. Chissà, magari già la prossima stagione ci sfidiamo in qualche campo della C…”.


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