Volta: “Carbonero sembrava Aristoteles. E quegli scherzi da caserma…”

di Flavio Bertozzi
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Sta inseguendo (ancora) quel sogno ‘chiamato’ serie A, il fresco papà Massimo Volta. In quel di Benevento. “Fra allenamenti, partite e bimbo piccolo non ho più un secondo libero – ci confessa l’ex difensore bianconero – un po’ di tempo per parlare del ‘mio’ Cesena, però, lo trovo ugualmente. Al Cesena non si dice mai di no…”.

Volta, non ci dirà mica che anche lei spera un giorno di poter chiudere la carriera in riva al Savio?
“E invece ve lo dico. A Cesena ho vinto due campionati. A Cesena ho conosciuto gente splendida e tifosi da urlo. Come si fa a non amare questa piazza che trasuda passione e calore da ogni poro?”.

Quando potrebbe scattare questo suo ennesimo revival colorato di bianco e nero?
“Non lo so. Anche perché, almeno un altro annetto in serie A, me lo vorrei ancora fare. La strada che porta in Paradiso è ancora lunga e tortuosa, ma io ci credo. Ce la giocheremo sino alla fine…”.

Il suo Benevento insegue la A. Il Cesena, invece, punta dritto ‘solo’ alla C.
“Stanno andando forte, i ragazzi di mister Angelini. Sono contento per questo vostro primato. Vincere non è mai scontato. Anche se ti chiami Cesena e giochi fra i dilettanti. Mancano 8 partite alla fine del campionato, vero? Ho visto che il Matelica non molla la presa. Dovete tenere duro…”.

Il capitano del ‘nuovo’ Cesena è l’inossidabile De Feudis. Tre aggettivi per descriverlo?
“Permaloso. Paziente. E buono. Soprattutto buono. Il mio grande amico De Feudis, oltre che essere una persona eccezionale e un professionista a dir poco esemplare, è un pezzo di pane. Non farebbe male a una mosca…”.

Uno dei passatempi preferiti di Volta, ai tempi di Cesena, era proprio quello di fare gli scherzi al Conte.
“Verissimo. Anche se, a dire la verità, non agivo mai da solo. Dietro a queste marachelle confezionate ai danni del Conte c’erano pure i ‘cattivissimi’ Marilungo, Coppola e Capelli. E anche Succi e Tabanelli non erano certo dei santi…”.

Quante incazzature gratuite avete regalato al ‘povero’ Beppe?
“Tantissime. Una volta, a Villa Silvia, gli abbiamo nascosto pure il Range Rover. Gli abbiamo fregato le chiavi, abbiamo parcheggiato l’auto a 300 metri dal campo e poi abbiamo aspettato la sua reazione. E poi...quanti altri schermi da caserma gli abbiamo confezionato! Se ci penso mi scappa ancora da ridere: vedere De Feudis arrabbiato è una cosa che non ha prezzo…”.

Un altro curioso siparietto legato al mitico Conte?
“Un giorno, subito dopo una doccia post-allenamento, gli abbiamo rubato tutti i vestiti. Beppe è andato fuori di testa, ha girato in lungo e in largo tutti gli spogliatoi, completamente nudo. Poi ha ritrovato i panni in mezzo al…campo. Appesi alle sagome di plastica che si usano quando si provano le punizioni…”.

La giornata più bella vissuta con addosso la maglia del Cesena? E quella più brutta?
“Come si fa a dimenticare quel magico pomeriggio vissuto a Piacenza nel 2010? Al termine della gara eravamo tutti in mezzo al campo, ad aspettare la fine di Padova-Brescia. Una volta che Treossi ci ha comunicato che all’Euganeo la partita era finita è scoppiato il finimondo. Il ricordo più brutto? E’ sicuramente legato a quella maledetta sconfitta per 3-2 maturata a Bergamo nel 2014, in serie A. Quella domenica siamo stati dei polli…”.

Quel ko decretò anche l’inevitabile esonero di Bisoli. Tre aggettivi per descrivere il suo ‘maestro’?
“Testardo. Perfezionista. E vincente. Molto…vincente. Quattro promozioni in dieci anni, di cui tre arrivate a Cesena, sono davvero tanta roba”.

Lei, a Cesena, ha vinto anche a braccetto di Foschi. Tre aggettivi per descrivere SuperRino?
“Intelligente. Spericolato. Furbo. Molto furbo. Furbissimo…”.

Da quale suo ex compagno bianconero si sarebbe aspettato una carriera migliore?
“Carbonero aveva delle grandissime doti, col pallone ci sapeva davvero fare. Purtroppo qui in Italia non è riuscito a metterle in pratica come avrebbe voluto. Era troppo buono, Carlos. A Cesena gli è mancato quel pizzico di cattiveria che avrebbe potuto fare la differenza. Soffriva la lontananza dalla sua Colombia. Soffriva di saudade. Forse soffriva pure il...clima. Mi ricordava molto Aristoteles, il ‘famoso’ attaccante della mitica Longobarda di Oronzo Canà…”.


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