Hubner: ”Io, Edmeo, Maciste, le sigarette, i grappini. E pure Calcutta... ”

di Flavio Bertozzi
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Tatanka
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Ex bomber di provincia. Ex operaio della pedata. Ma non solo. Non smette mai di scaldare i cuori (non solo) colorati di bianco e nero, il mitico Dario Hubner.

Hubner, il suo rimpianto più grosso di sempre?
“In carriera ho segnato tanti gol, un anno col Piacenza sono anche riuscito a vincere la classifica cannonieri in serie A. Eppure, nonostante questo, non sono mai riuscito a racimolare nemmeno una convocazione in maglia azzurra. Ma ai miei tempi, andare in Nazionale, era difficilissimo. La concorrenza era tanta, tantissima: c’erano vagonate di attaccanti italiani con gli attributi. Mica come adesso... ”.

La delusione più grande ‘targata’ Cesena?
“Ogni tanto ripenso a quel maledetto spareggio promozione perso a Cremona con il Padova, nel 1994: quella volta avrei pagato di tasca mia pur di portare il mio amato Cesena in A, pur di regalare il Paradiso a quei magnifici tifosi. A Cesena mi sentivo come a casa, a Cesena mi sentivo come in famiglia. Anche perché, sul ponte di comando, c’era quel grandissimo presidente ‘chiamato’ Edmeo Lugaresi. Personaggio straordinario... ”.

Mister Bolchi, con lei, ha fatto anche il…sergente di ferro.
“Nel corso della stagione 1993-94, in un ritiro, il mister decise in un colpo solo di vietarmi il mio ‘classico’ grappino post-pranzo e di dimezzarmi le sigarette. Poi però, un paio di settimane dopo, fece dietrofront: anche lui aveva capito che il sottoscritto, grazie ai quei ‘vizietti’ quotidiani, viveva meglio. E, la domenica, segnava di più. Lo dicevano anche i numeri: dopo il grappino e qualche Marlboro, Hubner, in campo andava più forte”.

Non si poteva rompere quell’equilibrio perfetto.
“Maciste era una persona intelligente e questa cosa l’ha capita quasi subito. Un vero professionista non lo si vede da quante sigarette fuma o da quanti grappini beve. Ma da come si allena quotidianamente, dallo stile di vita che conduce, dall’ora in cui va a letto la sera. Vi faccio una domanda: all’epoca ero più professionista io che mi facevo un grappino dopo pranzo oppure qualche altro calciatore che faceva le cinque in discoteca?”.

Che ci dice, per l’appunto, della disgraziata retrocessione del 1997?
“Il ricordo di quella retrocessione è ancora una ferita aperta. Avevamo uno squadrone, eravamo partiti per andare in A. Ed invece, giornata dopo giornata, siamo sprofondati in C. Faccio però fatica a trovare colpe specifiche per quella tragedia sportiva. Di sicuro troppi big, per diversi motivi, non rispettarono le attese di inizio campionato. E poi…gli infortuni. Ricordo ad esempio Bianchi: stava sempre bene fino al venerdì, poi regolarmente il sabato si fermava…”.

Qualche mese fa il cantante Calcutta le ha dedicato una canzone.
“Sì, si chiama proprio ‘Hubner’. All’inizio, questa cosa, mi ha decisamente spiazzato. Anzi, mi ha lasciato pure un po’ perplesso. Poi però, dopo una manciata di ascolti, pure io ho iniziato ad amare questa canzone. Mi ci ritrovo, in questo pezzo. Perché il sottoscritto, nella sua vita, ha sempre messo i sentimenti, gli amici e la famiglia prima di tutto. Anche dei soldi. Ad un certo punto Calcutta dice: io certe volte dovrei fare come Dario Hubner... ”.

Due parole su questo ‘nuovo’ ambizioso Cesena?
“Il Cesena, seppur a distanza, lo seguo sempre con affetto. Questo prima ‘vera’ fuga stagionale fa ben sperare, ma la C è ancora lontana. Nel calcio non bisogna mai dare nulla per scontato. Neppure se ti chiami Cesena, neppure se fra le tue fila hai dei big come Agliardi, neppure se hai un pubblico da serie A. A proposito di pubblico: vi prometto che entro la fine di questo campionato pure io verrò al Manuzzi per vedermi una partita dal vivo, in curva. Il Cavalluccio resta nel mio cuore... ”.


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