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La Lanterna #1 | Non è un derby però… tuo figlio tifa Cesena

di Bruno Rosati
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Un tifo che non c’è più
Un tifo che non c’è più

Non è un derby.
“Si lamentano che la gente non viene allo stadio e poi tengono aperto un solo sportello alla biglietteria. Guarda che coda si è formata. Ma qui c’è gente che lavora! Io ho una tabaccheria e non posso perdere tutto questo tempo, è la terza volta che passo di qui oggi e la fila non ha fatto altro che aumentare”. Sono le parole che mi rivolge uno spazientito signore sulla sessantina, voglioso di acquistare un biglietto per assistere a Rimini-Cesena. Sono le 12:20, il botteghino dietro la curva est dovrebbe chiudere fra dieci minuti. Come glielo spiego io a ’sto tipo che sono finito a comprare il biglietto al Neri solo per una serie di contingenze ma faccio il tifo per l’altra squadra?
Non ho nemmeno il tempo di abbozzare una risposta, interviene un altro signore: “Mo lasa andè… Sarà pure quello che è ma se non ci fosse questo presidente qui, ora saremmo a fare i derby con il Miramare. Di’ un po’: per te ci salviamo?” Gli risponde il primo: “Ma sì. Poi a me basta che vadano giù Fano e Pesaro e sono più contento che mai”.
In questo breve scambio di battute è racchiusa tutta l’essenza di Rimini-Cesena: una partita sentita, sì, ma non un derby. Per i cesenati il vero derby è contro il Bologna. Per chi si ostina a tifare Rimini i derby sono quelli contro le marchigiane.
Ciò dipende in larga parte dal numero di volte in cui si incontrano i rivali. Se è vero che il Cesena non vinceva in casa dei biancorossi da cinquantuno anni, dopo quel successo del 1968 il Cavalluccio era tornato al Neri solo in altre otto occasioni prima di domenica scorsa (cinque pareggi e tre sconfitte). Un po’ pochine per tenere vivo il fuoco del campanilismo.

Non è un derby.
Non è un derby se lo si vive come tale solo sui social. Fa sorridere sentire i media riminesi raccontare che domenica sugli spalti era presente ‘il pubblico delle grandi occasioni’ quando gli spettatori non raggiungevano neppure le quattromila unità. Però è la realtà dei fatti, capita veramente di rado che l’affluenza sia così elevata. I riminesi ritengono tale il club di Piazza del Popolo: una squadra da seguire solo occasionalmente, nel caso in cui ci sia un evento particolare. Di certo, non una passione. E non dico ciò partendo prevenuto o adagiandomi su qualche luogo comune. Anzi, sono pienamente convinto di aver assistito dal vivo a molte più partite del Rimini rispetto a tanti presenti domenica, pronti a proclamarsi assidui sostenitori solo perché davanti a loro c’era il Cesena. Non c’era tutta ’sta gente nel 2010, quando il gol di Rinaldi al novantaquattresimo contro il Verona spalancò le porte dei play-off per la serie B ai ragazzi guidati da Mauro Melotti. Non c’era tutta ’sta gente fra serie D e C2, nei vari derby contro Ribelle e Bellaria (quelli sì che erano incontri più appropriati ad un contesto come quello di Rimini).

Non è un derby.
Non è un derby soprattutto se tutti tifano la stessa squadra. È il segreto di Pulcinella, lo sanno tutti che pure a Rimini, in fondo in fondo, la vera passione è il bianconero. Ogni anno, centinaia di residenti nel comune di Rimini sottoscrivono l’abbonamento al Cavalluccio. Del resto, quei trenta minuti scarsi di macchina per arrivare la domenica al Manuzzi scivolano via piacevolmente. E il discorso assume dimensioni mastodontiche se si guardano i residenti nella provincia, dove Bellaria e Riccione coltivano vere colonie di tifosi del Cesena.
È impossibile non provare ammirazione per quegli stoici fedelissimi che, pur rendendosi conto di essere una sparuta minoranza, la domenica impugnano la bandiera a scacchi e si recano allo stadio con caparbietà e ostinazione, magari prendendosi pure gelide secchiate d’acqua fra novembre e marzo. Chissà che effetto fa, dopo aver inveito per ore al campo sportivo contro il proprio vicino di casa perché lui dovunque vada (gradinata, Curva Mare… ) la pioggia non se la becca, tornare dalla famiglia consapevoli che, presto o tardi, anche il proprio figlio farà coming out e ammetterà di tifare Cesena. Eppure quella manciata di aficionados resiste imperterrita, fuggendo dalla realtà pur di restare aggrappata ad un sogno. Loro sì che sono gli ultimi veri romantici.


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