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Un altro calcio è possibile: dal calcio tedesco al modello St Pauli - Parte II

di Stefano Severi
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Seconda puntata della nostra inchiesta sul funzionamento del calcio tedesco. Stimolati dai tanti e ricorrenti riferimenti al modello St Pauli siamo andati a parlare con le Brigate Garibaldi, associazione di italiani ufficialmente riconosciuta dal St Pauli stesso, per farci spiegare i modelli e gli schemi alla base del fußall e, soprattutto, dei Pirati di Amburgo.

La prima puntata dell’inchiesta può essere letta qui: nella terza ed ultima puntata parleremo infine nel dettaglio del St Pauli e della sua organizzazione.

Ci siamo lasciati l’altra volta con il concetto di associazionismo come base di tutto…

Esatto, nell’associazionismo tutti partecipano a tutto e questo è la chiave del sistema tedesco. Solo in un secondo momento, e soprattutto relativamente recente, si è arrivati a dare all’associazionismo anche uno sviluppo commerciale. Ovvero alcune associazioni si sono sviluppate in maniera tale da portare capitali al proprio interno, pur lasciando il 100% in mano ai soci.

Partiamo da questa svolta epocale: capitali all’interno delle associazioni…

Le associazioni possono essere divise in due estreme: quelle che hanno scelto la linea pura, come il St Pauli, e quelle meno pure come Bayern Monaco. Ripetiamo però che in entrambi i casi i soci mantengono il controllo totale dell’associazione.

In cosa consistono questi due estremi?

Il Bayern Monaco si è inventato una formula che poi è stata approvata sia dalla DFB che dalla DFL: ha estrapolato marchio, prima e seconda squadra (in Germania ci sono le seconde squadre, ndr) e ha costituto una Spa, Bayern Monaco Spa, che pesa per il 24% all’interno dell’associazione. Ha fatto in pratica di questo 24% l’attività di punta per vendere il prodotto, per avere contratti di sponsorizzazioni e così via: è la punta di diamante dell’associazione. I soci controllano anche questo 24% che però è stato ripartito tra tre maxi soci: Adidas, Allianz e Audi che hanno l’8% a testa. Dall’altra parte c’è invece il St Pauli che ha deciso di non aprire per nulla alle aziende e restare composta da singole persone fisiche con diritti e doveri.

Cosa può insegnare questa formula all’Italia?

Che non è necessario controllare tutto il club per avere grandi risultati: le tre aziende bavaresi, e non è un caso che siano proprio aziende locali, hanno in mano solo un quarto dell’associazione eppure con un controllo sano, come quello effettuato da parte del resto dei soci, i capitali immessi sono sufficienti per dominare in Germania e far bene in Europa. Uli Hoeneß è stato a lungo presidente del Bayern, eletto dall’assemblea e ha avuto il merito di portare queste ditte locali all’interno dell’associazione. Poi è stato condannato per evasione fiscale per affari non inerenti al Bayern ed è persino andato in prigione: quando è uscito è stato nuovamente acclamato presidente perché i tifosi gli riconoscono un grande contributo per la squadra. Se avesse invece operato illeciti ai danni del Bayern con il sistema associazionistico bavarese non sarebbe mai tornato in sella ed anzi, allontanato.

Quindi l’associazionismo da un lato protegge il club da dirigenti disonesti e dall’altro protegge i grandi presidenti, no?

Esattamente: prima di tutto insegna che non l’importante è il controllo del club, non il possesso del 100% delle quote. Con questo controllo da parte di probiviri, presidenti, CdA e assemblea è difficile fare quello che vediamo fare quasi ogni giorno in Italia. Poi protegge anche i presidenti, perché separa la parte capitalistica dalla carica elettiva. Prendiamo il caso dell’Inter con Moratti o del Milan con Berlusconi, costretti a vendere ai cinesi. Se alla base ci fosse stato il sistema associativo simile a quello del Bayern, avrebbero ceduto solo la parte capitalistica dell’associazione e sarebbero potuti rimanere presidenti: dal momento che sono i tifosi a comporre le assemblee, e le assemblee eleggono i presidenti, la loro elezioni sarebbe stata alquanto scontata. Un tifoso del Milan o dell’Inter vuole Berlusconi o Moratti come presidente, non un cinese. Vuole qualcuno che abbia una storia: per questo possiamo dire che l’associazionismo protegge persino la tradizione della squadra.

L’associazionismo in pratica è un cordone ombelicale tra squadra e territorio…

Vero, è quel cordone ombelicale che proprio manca in Italia, dove i tifosi pagano il biglietto e poi vanno a casa e tutto finisce. Le grandi famiglie  capitalistiche investono e poi sono costrette a lasciare spesso accumulando grandi debiti oppure passando la mano a speculatori di ogni sorta (Bari, Parma, Ravenna, Triestina, Ancona ne sanno qualcosa) e per questo assistiamo a tanti clamorosi fallimenti. In Germania invece il rapporto tra tifoso e squadra continua: è l’associazionismo che dà forza organizzativa: non impedisce di investire ma conserva la tradizione e il controllo. In Italia ci sono in media 10 fallimenti all'anno mentre in Germania ce sono 10 in 50 anni.

Ci potete fare altre esempi?

Guardiamo al Friburgo, 100% proprietà dei soci: ottima gestione senza parte capitalistica. Anche la Dynamo Dresda è 100% dei soci ma la gestione non è stata così irreprensibile come nel caso del Friburgo, mentre l’Herta Berlino ha tantissimi capitali, ben il 49% ovvero il massimo consentito, ma li spende piuttosto male e i risultati gestionali sono scarsi. 

E siamo arrivati a questo numero magico, 49%, che introduce una regola fondamentale: quella del 50+1…

È una regola semplice: i soci devono avere sempre la maggioranza, la parte capitalistica non può superare il 49%.

Eppure c’è chi ha trovato il modo anche in Germania di aggirare questa regola…

Sì, il Lipsia: hanno inventato un modo per infrangere la regola e hanno vinto la loro battaglia legale. Di fatto il 100% è in mano alla Red Bull, ma di fatto sono un’associazione con soli 7 soci. Siccome le associazioni devono essere aperte a tutti per legge, loro hanno scritto nello statuto che ogni nuovo socio deve essere approvato dagli altri: questi 7 soci fondatori sono tutti dipendenti della Red Bull e naturalmente non approvano nessun altro. Hanno poi infranto un’altra regola, quella che vieta la sponsorizzazione nel nome: anziché Red Bull Lipsia hanno chiamato il club Rasenball Lipsia, ovvero “palla prato” Lipsia, e le iniziali sono RB proprio come quelle della casa madre. E anche il logo è un toro che ricorda tantissimo quello della bibita energetica. Hanno così facendo unito il calcio tedesco contro di loro.

Però sono senza cordone ombelicale…

Infatti a Lispia le squadre storiche sono Chemie e Lokomotiv (semifinalista di Coppa delle Coppe contro l'Ajax di Van Basten e avversaria davanti a 100mila persone in Uefa del Napoli di Maradona). A vedere la RB non ci va poi tanta gente nonostante siano al momento al comando della Bundesliga. RB Lipsia non ha dei veri tifosi ma semplicemente delle persone che vanno ad una specie di teatro a vedere una partita di calcio, un po’ come succede in Italia. Loro rimangono un’azienda e non un’associazione e nonostante sia di base in una città di oltre mezzo milione di abitanti fa meno spettatori di Schalke e Dortmund. È naturale che sia così: Schalke e Borussia Dortmund hanno tra i 160 e 180 mila soci, la RB Lipsia zero.

Ultima domanda per oggi: ma queste associazioni come si finanziano?

Semplice: quando hai 300mila soci come il Bayern o 160 come lo Schalke gli sponsor fanno semplicemente la fila alla tua porta. L’Allianz o Gazprom ad esempio per costruire lo stadio ed assegnarli il proprio nome: grazie a questo cordone ombelicale l’impatto sul tifoso e diretto. Guardiamo all’Adidas e chiediamoci perché versi al Bayern il doppio di quello che dà alla Juventus per essere sponsor tecnico. Situazione diversissima da quell Italiana dove ad esempio Pallotta ha portato come primo sponsor della Roma Walt Disney, un marchio che non ha nessun legame col territorio (a differenza degli sponsor bavaresi).

(to be continued...)

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