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Malonga: “A Cesena ho rischiato pure di prendere le botte…”

di Flavio Bertozzi
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Che ci volete fare? Alla fine, il sottoscritto, resta pur sempre un’inguaribile romantico. Un nostalgico del calcio di una volta. Di quel calcio allergico alle banalità, a quell’interviste fatte tutte in fotocopia. Di quel calcio infarcito (anche) di personaggi strani. Personaggi perennemente difficili da decifrare. Personaggi gonfi di paturnie, di vizi. Ma anche di grandi doti morali, di tanta umanità, di divertenti storie da raccontare. Personaggi come Seba Rossi. Come Paolo Tramezzani. Come, arrivando ai giorni (quasi) nostri, Dominique Malonga.

Malonga, non avrà mica già attaccato gli scarpini al chiodo pure lei?
“Assolutamente no. Non sono più giovanissimo (l’ex attaccante bianconero taglierà a breve il traguardo delle 32 primavere, ndr), ma qualche stagione buona la posso ancora fare. Dopo l’esperienza avuta nella A bulgara tra le fila del Lokomotiv Plovdid sto ‘soltanto’ aspettando una nuova chance. Negli ultimi due mesi ho detto no a qualche club, italiano ed estero. Ma a breve, fidatevi di me, mi ributterò nella mischia. Entro la fine di gennaio qualcosa succederà. Nel frattempo continuo ad allenarmi da solo, a Moncalieri. E mi godo mio figlio, che ormai ha già 7 anni. Il tempo passa…”.

Gli anni, anche per lei, cominciano ad essere fucili puntati contro. Rimpianti?
“Ne ho tanti. Il destino, regalandomi il talento, mi ha fatto un grande dono. Io però, questo talento, sono riuscito a sfruttarlo solo parzialmente. Il sottoscritto, a livello tecnico, era da alta serie A. Da grande club europeo. Il problema è che mi è sempre mancata la testa, la giusta concentrazione. Io sono uno che ha sempre fatto la vita d’atleta. La sera, a differenza di qualche mio collega, vado a letto presto. Però, sul campo, spesso mi perdo. E la continuità, purtroppo, non è una dote che si impara sopra i banchi di scuola. O durante gli allenamenti settimanali”.

E pensare che lei, a Cesena, come insegnante ha avuto (anche) un sergente di ferro.
“Ti stai riferendo a Bisoli (risatina, ndr), giusto? Beh, sì. Devo ammettere che Bisoli a Cesena le ha provate tutte pur di farmi crescere, pur di mettermi in riga. Mi ha fatto piangere più volte, il mister. Mi ha pure ‘regalato’ un sacco di mazzate nei denti. E tante umiliazioni davanti ai compagni di squadra. Ma, i suoi metodi da collegio svizzero, con me hanno funzionato alla grande. La stagione della promozione in A, a conti fatti, resta forse la mia migliore annata di sempre. Partii molto piano, quella volta. Poi però cominciai ad ingranare le marce. Riuscendo a segnare 8 gol”.

Se a Cesena dici Malonga la mente vola subito alla Notte di Lecce.
“A Cesena mi sono tolto diverse soddisfazioni, in B e pure in A. Dietro ad ognuno dei miei 10 gol segnati in bianconero (2 nel massimo campionato e 8 per l’appunto tra i cadetti, ndr) si nasconde una piccola ‘grande’ storia. È chiaro però che, a ripensare a quella doppietta segnata a Lecce, mi vengono ancora i brividi. Lo stadio era pieno. A loro bastava solo un punto per essere promossi. Ma noi gli abbiamo rovinato la festa. Riuscendo a mettere in scena nei minuti finali una rimonta che ha fatto storia. Una rimonta che poi, un paio di settimane dopo a Piacenza, ci ha regalato la promozione diretta”.

Era un altro calcio, quello.
“È che in questi 10 anni è davvero successo di tutto. Sia a voi, che al sottoscritto (sospirone, ndr). Di me abbiamo già parlato prima. Del Cesena… che posso dirvi? Che mi fa tanto male vederlo in C. Lo so che sino a 18 mesi fa eravate ancora tra i dilettanti, lo so che quest’anno state andando forte. So anche che dopo una bella rimonta siete arrivati a un passo dalla vetta. Però è più forte di me: a me vedere il Cesena in terza serie fa solo una grande tristezza. Una piazza del genere meriterebbe di più, molto di più. Mi auguro di cuore di potervi vedere quanto prima tornare almeno in B, magari già la prossima estate. Faccio il tifo per voi. Per il mio ex capitano De Feudis, che anche se ha smesso è rimasto in bianconero. E per il mio amico Ardizzone, con cui ho giocato a Vercelli (stagione 2015-16, ndr). Francesco è un leader, dentro e fuori dallo spogliatoio. Grande centrocampista, grande guerriero. Sinora ha già anche segnato tre gol…”.

Se le diciamo Novara-Cesena le viene – ehm ehm – per caso in mente qualcosa?
“Me la ricordo bene, quella ‘famosa’ trasferta. Eravamo agli sgoccioli della mia seconda (ed ultima, ndr) stagione in A. Eravamo già retrocessi. Dovevamo partire per il Piemonte dallo stadio ma io, per un banale contrattempo, arrivai al Manuzzi con dieci minuti di ritardo. Mister Beretta fece partire ugualmente il pullman, così io mi lanciai con la mia auto in un folle inseguimento. Riuscii a farmi caricare prima dell’ingresso dell’autostrada. Però, sul pullman, cominciò una robusta litigata tra il sottoscritto e Marin. Lui era incazzato nero con me. Io, forse, dissi pure un paio di paroline di troppo. Quel giorno, ora lo posso dire tranquillamente, rischiai seriamente di prendere un bel po’ di botte dal Direttore…”.

Quel Cesena (inizialmente) ‘targato’ Giampaolo non doveva finire in serie B…
“Quella squadra era forte, fortissima. Piena di campioni. Ma, per una provinciale, le teste ‘calde’ erano troppe. Giampaolo era ed è tuttora un allenatore che mi piace, un mister che sa stimolare i suoi giocatori con delle idee di calcio innovative. Però, in questo mondo, serve concretezza. Giampaolo ha bisogno di tempo per poter mettere a frutto le sue idee e il calcio italiano non sa aspettare. Guardate anche quello che sta succedendo in questa stagione al ‘povero’ Torino. Secondo me i tempi di Giampaolo non sono da… Italia. Casomai sono da Spagna. E non sono l’unico a pensarla così…”.

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