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Il giorno in cui il calcio è morto. E risorto, grazie ai tifosi.

di Stefano Severi
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1. Matelica-Sambenedettese, ecco la partita dei play-off simbolo di una stagione. La partita simbolo di un fallimento, l’ennesimo, del modello calcio italiano.

2. Nell’anno del covid, dell’intero campionato giocato a porte chiuse, dei bilanci in rosso e di tante difficoltà economiche su tutti i fronti, quella partita rappresenta un’offesa a tutto il girone B della Serie C.

3. “C’è da ringraziare tutto lo staff che non prende lo stipendio, non solo i giocatori ma anche tutti gli altri”. Sono parole di Paolo Montero, allenatore della Samb, al termina della sconfitta di oggi a Padova. Non sono quindi solo Botta o Maxi Lopez a non percepire il salario – va sottolineato – ma anche tutti quei lavoratori di cui ieri si celebrava la festa e che ancora per un altro mese non porteranno a casa nulla a mogli e figli.

4. Il calcio è poi morto nel giorno in cui il titolo di campione d’Italia, ovvero la piramide del sistema nazionale, è andato alla squadra più indebitata di tutta la nazione, con meno liquidità e patrimonio, posseduta da un’azienda cinese e che sta chiudendo il campionato senza penalizzazioni solo grazie al concordato – possibile in epoca covid – firmato da tutti i giocatori.

5. Questo non è più calcio: l’aspetto tecnico e quello gestionale vengono messi in secondo piano rispetto a quello finanziario, secondo il quale è possibile spendere soldi che non si ha a disposizione, ovvero creando debito non garantito, puntando su successi sportivi spesso improbabili e conseguenti nuovi flussi di cassa.

6. Il meccanismo delle plusvalenze fittizie, quello che in pratica ha portato sul patibolo l’AC Cesena, funziona grossomodo su principi simili, per quanto legali (o meglio, non del tutto proibiti): aumenta il debito in attesa che possa essere garantito da entrate future e fondamentalmente non sicure. 

7. E in tutto questo qual è il ruolo del Cesena FC? Per il momento la società bianconera si salva, è semplice testimone di questo scempio e avrebbe magari l’obbligo morale di sbattere in Lega i pugni sul tavolo. Ben sapendo che ci sarebbe comunque chi – come il SüdTirol – potrebbe sbatterli ancora più forte (ricordate la giusta battaglia del loro AD secondo la quale chi fallisce non dovrebbe ricominciare dalla D ma dalla Terza Categoria?).

8. Sono due le sfide che necessariamente dovrebbe affrontare questa società in vista del prossimo campionato: fissare per statuto il limite al 49,9% di quote per un solo socio (non escludendo cioè la presenza del grande investitore ma impedendone l’assolutismo) e assegnando una percentuale del Cesena FC ad un’associazione aperta a tutti.

9. Questa associazione potrebbe essere un organismo nuovo o, ancora meglio, l’Accademia che racchiude il settore giovanile ed è diretta eredità del Martorano Romagna Centro. Si affiancherebbe così l’holding che detiene la maggioranza di quote e si replicherebbe il modello Fc SüdTirol. In pratica basterebbe davvero poco partendo dall’attuale status quo.

10. Così facendo i tifosi tornerebbero ad assumersi la propria fetta di responsabilità. E non in maniera del tutto inefficace come avvenne con Cesena per Sempre. Perché il calcio – e la Superlega dovrebbero averlo ricordato a tutti – appartiene ai tifosi. E a loro spetta l’ultima parola. Andatelo a chiedere, per conferma, a quelli del Manchester United che oggi, prima della sfida con il Liverpool (poi rimandata) – hanno dato una lezione etica a tutto il continente. Hanno dimostrato che il calcio può rinascere proprio (e solo) dai tifosi. 

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