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La Lanterna #24 | Murakami

di Bruno Rosati
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La metempsicosi è cominciata. A Piancastagnaio, il Cesena si aggiudica il primo incontro di questi spareggi per decretare chi sia il migliore dei numeri uno, per raggiungere il piano più alto dell’Arena Celeste come avviene in Hunter x Hunter.
Il significato di queste partite è relativo, eppure proprio per tale ragione è saggio gustarsi il sapore di questi match sino in fondo. La Romagna bianconera sta varcando proprio ora la linea che divide la precedente realtà e la successiva. Ci si trova in un limbo: da un lato, dopo le grandi feste e l’euforia per la promozione conseguita, è subentrata la calma di chi sa di aver raggiunto il proprio obiettivo; per contro, sta già aumentando la trepidazione per la prossima stagione che deve ancora venire alla luce.
Più di diciassette mesi dopo la disfatta di Empoli (sconfitta per 5 a 3), il ritorno del Cesena in Toscana è stato inaspettatamente, nonostante l’enorme mutazione operata dal mister sulla propria creatura. Senza più l’obbligo di vincere a tutti i costi, Angelini e i suoi ragazzi sono riusciti a condurre questo primo incontro con tranquillità e autorevolezza, dimostrando di sapersi godere l’attimo e di raccogliere i frutti degli sforzi profusi.

All’interno di un contesto surreale, o quanto meno molto inusuale, è l’allenatore a vivere la situazione più paradossale. Silurato dalla stampa prima ancora che dalla società, sembra trovarsi all’interno di un racconto in cui il finale non rispetta il copione che ci si aspetta. È andato tutto per il meglio, ora non c’è nulla di negativo. Però non c’è nemmeno alcunché di lieto…

Può dunque capitare di essere soli senza sentirsi soli, così come di sentirsi soli senza esserlo materialmente. È uno di quei paradossi in cui può capitare di incombere nell’arco di un’esistenza. Le persone vanno e vengono, succede che si prendano strade differenti malgrado non si sia verificata una vera e propria frattura. Ma quando ci si trova in mezzo ad una situazione del genere in prima persona, è bene non farsene un cruccio e stare troppo a rimuginare.

“Ognuno lascia la sua impronta nel luogo che sente appartenergli di più”.

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