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L’uomo che ha segnato un’intera epoca dice basta. Grazie Capitano

di Bruno Rosati
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Oggi è un triste giorno.
È vero, non si deve mai perdere la giusta dimensione delle cose. Non siamo di fronte ad una catastrofe, una sciagura o qualsiasi altra bruttura di cui il mondo è pieno zeppo. Con le debite proporzioni, è comunque un triste giorno.

Giuseppe De Feudis lascia il calcio giocato ed entra a far parte dello staff tecnico di mister William Viali. Su come “il Capitano” sia arrivato a prendere questa decisione, su cosa lo abbia spinto a dire basta, ci si potrebbe tranquillamente scrivere un romanzo. Ora però è inutile piangere sul latte versato o pensare a cosa sarebbe potuto accadere in uno scenario differente. Quel che è stato è stato.

Adesso predomina il senso di smarrimento, inevitabile a seguito di una notizia repentina che ha colto di sorpresa chiunque. Abbiamo ancora tutti negli occhi le trecento partite in bianconero, dal primo gol in casa del Treviso all’ultimo messo a segno giusto un anno fa in coppa al Neri di Rimini. Ma anche il destro incrociato sotto la Curva Mare contro la Sambenedettese, la botta d’esterno che ha sfondato la porta al Barbera di Palermo. E pure i rimpianti, come il gol ingiustamente annullato contro la Recanatese e la rasoiata uscita a fil di palo contro il Milan.
Sarebbe riduttivo parlare di Beppe De Feudis parlare solo in questi termini. Beppe De Feudis è molto di più del numero di partite giocate (terzo bianconero di tutti i tempi), delle prestazioni più o meno buone. Più delle tante, infinite, promozioni ottenute. Non stiamo qui con il bilancino a soppesare quante volte sia stato uno scudo granitico a protezione della squadra o quante volte abbia avuto una giornata storta.

De Feudis è lo spirito di appartenenza che ciascun tifoso vorrebbe vedere in ogni calciatore che giochi per la sua squadra. De Feudis è la galanteria di chi non pronuncia mai una parola fuori posto anche quando avrebbe tanti sassolini da togliersi dalle scarpe. De Feudis è l’abnegazione in nome di un bene superiore - il Cesena - l’abbraccio devoto e totale ad una fede. De Feudis è la caparbietà di non smettere mai di lottare, sempre in religioso silenzio, per ciò che si vuole ottenere. E non è un caso che sia sempre riuscito a ricongiungersi con il suo Cesena, ‘sopravvivendo’ a chiunque lo abbia messo alla porta.
De Feudis è l’applauso lungo e scrosciante di tutto il pubblico accorso per vedere lui un’ultima volta, in quanto già ceduto al Torino, durante un’inutile amichevole contro il Queens Park Rangers. De Feudis è la Curva che lo chiama a cantare e saltare in pieno agosto, al termine di uno dei primi turni della Coppa Italia, nonostante ormai vesta la maglia del Lecce. De Feudis è la successiva passerella riservatagli dai suoi freschi ex compagni per omaggiare quello che è ancora il loro capitano. Quello che è ancora il nostro capitano.
Perché De Feudis, in fin dei conti, è questo: il Capitano. Per tutti i seguaci bianconeri nati a partire dagli anni Novanta, non c’è altro giocatore che possa essere definito tale. A dieci anni come a trenta.

Caro Beppe, quando abbiamo iniziato a comprendere bene cosa fosse il Cesena, tu eri già lì. Con-te siamo cresciuti, fra gioie e dolori. Abbiamo finito la scuola, qualcuno anche l’università, abbiamo iniziato a lavorare; c’è chi si è sposato e chi se n’è andato troppo presto. La tua presenza fissa in mezzo al campo è stata una delle poche certezze che ha accompagnato la crescita di quasi due generazioni.
Sapere che non ci sarà un domani, che non possiamo più coltivare il sogno di vederti sul prato con quella fascia legata al braccio, non può che lasciarci storditi, con le lacrime agli occhi e un enorme groppo in gola.
Ma stanne pur certo, fra un singhiozzo e l’altro, nessuno ci può impedire di dirti grazie.

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