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Cesena e il Cesena

di Marco Manuzzi
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Si legge ritorno al professionismo ma si pronuncia inizio di una nuova era. La ristrutturazione societaria di questi giorni può essere scintilla per un nuovo lungo ciclo o battistrada per la cessione del ramo prima squadra ad un unico azionista. I giochi sul futuro del cavalluccio sono appena iniziati ma già ci sono le prime certezze. 

Il valore della città. Dal 1940 ad oggi mente e portafoglio del calcio cesenate sono sempre rimasti radicati in riva al Savio. Quella che sembra una banalità non lo è: in ormai ottant’anni di storia il territorio è riuscito a sostenere il fabbisogno economico della società, raggiungendo in qualche occasione picchi di successo eccezionali in rapporto alla dimensione della città. Nei tragici istanti pre fallimento è mancata capacità gestionale ma non la disponibilità a sottoscrivere aumenti di capitale o prestiti postergati da parte degli imprenditori (sempre locali) allora coinvolti. Gli attuali 28 soci autori della rinascita sono anch’essi espressione del territorio e, nonostante il mancato intervento diretto dei grandi player industriali locali, sono stati capaci di raggiungere il primo traguardo.

Numeri ed obiettivi. Dai primi spifferi la stagione entrante dovrebbe vedere un impegno fra i 3 e i 3,5 milioni di euro. Con questa somma si dovrà fare tutto: dagli stipendi per la prima squadra, al settore giovanile selezionato, al personale non sportivo fino al gasolio per i pullman. Se così fosse si tratterebbe di un budget superiore rispetto quello di Rimini, Ravenna ed Imolese tanto per rimanere in zona. Si potrebbe obiettare che “Ci mancherebbe altro, noi siamo il Cesena”. Ed è proprio così, nessuno in Romagna gode dell’indotto del cavalluccio e nessuno fino ad ora ha speso quanto sembra voler spendere il nuovo Cesena. Il Rimini dopo 4 allenatori e una salvezza ai playout nella stagione appena conclusa chiuderà con costi complessivi per poco superiori ai 2 milioni di euro. Essendo l’unica società in Italia a pubblicare le scritture contabili ogni tre mesi è tutto verificabile qui. Il Ravenna nel 17/18 è tornato nel professionismo ed ha siglato un capolavoro salvandosi sul campo e raggiungendo il pareggio di bilancio a fronte della copertura totale del milione e mezzo di costi dichiarati. L’impegno sulla carta è sufficiente per soddisfare quanto dichiarato da Pelliccioni, un tranquillo consolidamento in Serie C. Paragoni con le big di categoria sono fuorvianti: il Cesena non partirà per vincere il girone.

Porte chiuse. Il Cesena attira, il Cesena piace, il Cesena fa gola. L’unico ‘forestiero’ in società è stato Davide Veglia, concorde ad essere alla pari rispetto i colleghi soci e sponsorizzato da Gianni Rovereti. Il citatissimo Samorì è rimasto fuori, come peraltro accaduto a Modena - la sua cordata non si è aggiudicata il bando del comune -, Rimini, Avellino e Vicenza dove non si è mai andati oltre chiacchierate informali. Anche soprassedendo sul perché di tanta smania di entrare in un settore non propriamente profittevole come il calcio italiano, viene da chiedersi cosa abbia impedito a Samorì di entrare nel Cesena. Forse flussi finanziari poco convincenti e intenti non molto chiari, forse paura di disimpegni della nuova proprietà dopo le prime difficoltà. O verosimilmente una volontà degli attuali 28 – o di una parte di loro - di non cedere la gestione, per consolidarsi nel professionismo e realizzare l’exit a fine triennio. Tutte domande riconducibili ad un unico, grande quesito: alla luce degli ultimi 80 anni è un bene o un male che il Cesena rimanga a Cesena?


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